Leggo.
Vado a caccia.
Sbadiglio.
Cristo!
Quando vivevo avrei voluto giornate
lunghe quarantotto ore. Non mi bastava
mai il tempo per tutte le cose che avrei voluto fare.
Avere.
Conquistare.
Possedere.
Ora ho tutto il fottuto tempo che voglio.
E non so che farmene.
Sbadiglio. Ma ovviamente non per sonno.
Mi annoio.
Sono talmente frustrato e incazzato che
mi strapperei le dita a morsi, come Schumann.
Schumann era un musicista.
Forse potrei…
-Dici che potrei?
Posso. Grazie. Almeno questo.
Mi dà sui nervi dover dipendere da Lui in
tutto.
E ringraziarlo.
Lo guardo e penso che vorrei staccargli
la testa.
Ma di che ti devo ringraziare?
Ho deciso che ti manderò affanculo
invece, ogni volta che la mia buona educazione mi dirà nella mente che devo
ringraziare.
Vaffanculo per il tuo permesso del cazzo
di suonare il tuo pianoforte.
Vaffanculo per accompagnarmi e insegnarmi
a cacciare.
Tanto mi viene istintivo, cosa devi
insegnarmi, alla fine?
Vaffanculo per tenermi rinchiuso qua
dentro, lontano dai guai.
Ma quali fottutissimi guai? Guai per gli
altri.
Io guai non ne posso avere.
Niente può toccarmi. Niente può ferirmi.
Niente può appassionarmi.
Sono disperato.
Un'eternità così?
In questa noia e mancanza assoluta di
tutto?
Vaffanculo.
-Dici che non ti devo ringraziare? Ma
infatti non lo faccio proprio, guarda. Grazie un cazzo.
-Certo che lo hai detto. Io ti ho
sentito, sai?
-Come non hai parlato? Adesso ho anche le
allucinazioni acustiche?
-Piantala di dire cazzate! Nessuno può
leggere i pensieri di qualcun altro! Non esistono queste cose! Tu non esisti!
Io non esisto!
Oddio. Forse sto solo impazzendo…
Scappo di sopra e mi chiudo in camera
mia.
Chiudo gli occhi, questo almeno posso
farlo. Non voglio sentire che mi parla, ma invece lo sento, anche da qui. Sento
che sta continuando a parlarmi.
Smettila.
E' inutile che mi parli del tuo
dispiacere. E perché dici che ti dispiace per lui?
Lui sono io!
…
Spalanco gli occhi di colpo, consapevole.
Sta davvero pensando. E io sento i suoi
pensieri.
E' troppo da sopportare per me. Sono solo
un ragazzo.
Cristo! Sono solo un adolescente! Un
irresponsabile, immaturo adolescente del cazzo!
Non voglio essere un mostro dai poteri
sovrannaturali.
Mi invade il desiderio, la voglia,
l'irrefrenabile bisogno fisico di correre, scappare via da questa realtà.
Spalanco la finestra e guardo gli alberi
intorno. L'aria fresca e le nuvole basse. La terra erbosa e distante. Vedo rocce
lontane, ne scorgo la composizione dei materiali, come se tenessi un sasso
nella mano.
Grido, con tutto il fiato che ho in
corpo.
Un suono feroce, lungo, disperato.
Disumano, come me.
Salto giù e atterro sulle gambe, le
ginocchia piegate ad attutire il colpo, il busto chino in avanti, le mani sulle
cosce.
Sento che Lui mi chiama.
Ma non ho la minima fottuta voglia di
rispondergli.
Si è fabbricato un compagno, un figlio,
un amico, non so cosa voleva che io fossi. Ma io non sono niente di tutto ciò.
Io ero un ragazzo, felice. Amici, famiglia, compagni. Stavo bene.
Ora sono un mostro, niente amici, niente
famiglia, niente compagni. Solo questo poveraccio come me. Sono certo di non
essere contento.
Mi arrampico velocissimo sull'abete di
fronte. Fino in cima.
Resto abbarbicato sulla punta, come un
puntale natalizio del cazzo. Rido.
Avevo paura dell'altezza, di cadere. La
fottuta paura ora non so più che cazzo sia.
Fico.
Fico un cazzo. Alzo il dito medio
all'indirizzo della casa dove vivo, dove c'è Lui.
Tiè!
Il vento fa ondeggiare l'abete e mi
culla. Mi piace. Mi rasserena. Come la mamma quando ero malato e veniva ad
accarezzarmi i capelli.
Fingevo di dormire. Non volevo mostrare
quanto piacere mi facessero quelle carezze.
Me ne facevano tanto, mamma.
Mi vengono le lacrime agli occhi e
istintivamente mi tocco le palpebre con le dita.
Secco. Asciutto.
I fottuti mostri non si commuovono. Mai.
Grido di nuovo, più forte di prima.
Devo solo placare questa rabbia, questa
frustrazione.
Quando mi capitava prima, mi facevo una
bella sega, guardando i giornaletti porno che fregavo a mio cugino scemo.
Ero tutto rilassato dopo, e il sorriso mi
si dipingeva sulla faccia.
Chissà se i mostri possono farsi le
seghe? Dovrei chiederlo a Lui.
Piuttosto crepo. Sono incazzato con lui.
Non gli chiedo un fottuto cazzo.
E soprattutto non glielo chiedo
gentilmente.
Salto sull'albero di fianco e mi
aggrappo, lasciandomi scivolare dolcemente fino a metà.
Un movimento tra i cespugli, un bel po'
più a nord di dove sono io, mi attrae.
Mi avvicino muovendomi tra i rami,
spostandomi da un albero all'altro, cercando di essere cauto ma rapido.
Poi li vedo.
Sono bellissimi.
Il manto vellutato e nero, liscio,
serico.
Uno, più piccolo, sbadiglia. L'altro,
imponente e maestoso, sembra dormire, ma muove la coda.
Sono due puma.
Quello più piccolo si stiracchia, allunga
le belle zampe e dà una graffiata a quello grosso, sul muso.
L'altro resta immobile.
Non è un colpo ostile, sembra più voglia
di giocare, di stuzzicare.
Un'altra zampata.
Quello grosso gli sbatte la coda sulla
schiena.
Il piccolo striscia fino a finirgli
vicinissimo, muso contro muso.
Lo lecca.
Capisco di colpo.
Cazzo! E' una femmina! Lo sta eccitando!
Resto estasiato, divertito, curioso, a
guardare la danza d'amore dei due felini.
Lei continua a leccargli il muso, a
mordicchiargli il naso, a tirargli i baffi. Lui resta quasi immobile, se non
per un basso ringhio che gli sale dalla gola e che sento distintamente
dall'albero sopra di loro su cui mi trovo.
I pantaloni mi vanno più stretti di
stamattina, e mi accorgo, un po' sconvolto, che la vista di questo puma femmina
che stuzzica il maschio mi sta eccitando meglio dei giornaletti porno di mio
cugino.
Sarà perché sono diventato un mostro?
Chissenefrega.
Ad un certo punto il maschio non ce la fa
più, ringhia forte e salta sulle zampe, posizionandosi veloce e possessivo
sulla schiena della femmina, e iniziando a penetrarla furiosamente.
Dura pochissimo. Poi le si distende
sopra, rilassato. Sbadiglia, muove la coda a destra e a sinistra due o tre
volte, poi si addormenta.
Sono eccitato come un mandrillo
assatanato.
Tra le gambe ho una bestia che potrebbe
fare invidia a quella del puma, nonostante abbia intravisto che non è affatto
un grissino.
Libero i bottoni dei miei pantaloni dalle
asole, uno ad uno.
Finché lo libero. Svetta roseo e
speranzoso dalla stoffa.
Ciao amico.
Anche tu mi sembri cambiato dall'ultima
volta.
Quando pisci sei sempre lo stesso, ma
quando sei allegro, sei diverso.
Cresciuto. Più spesso, più teso, più
lungo.
I mostri c'hanno il cazzo più grosso
degli uomini.
Un altro punto a favore.
Ci sono momenti in cui un mostro può
essere orgoglioso di esserlo. Questo è uno di quei momenti.
E se trovassi qualcuna a cui appoggiarlo
dentro senza bermela… la soddisfazione sarebbe quadruplicata.
Sei proprio bello.
Papà è orgoglioso di te, cazzone.
Inizio ad accarezzarmelo, dapprima
gentile. Lo stringo piano nella mano destra, passando il pollice sulla punta
gonfia e lucida.
Con la sinistra accarezzo le palle,
anch'esse più grandi, più tese. Belle rotonde.
Proprio due belle palle. Sono orgoglioso
anche di voi.
Mi accorgo che il piacere che provo è
perfino superiore a quello che provavo prima. Sono più eccitato, più sensibile,
più carico.
Stringo di più, uccello e noci.
Il piacere è più forte.
Velocizzo il movimento e roteo gli occhi.
Le forze mi stanno abbandonando e mi
viene da ridere. Se scivolo dall'albero casco col cazzo in mano sopra i due
puma.
E' un'immagine ridicola.
Continuo a stringere tutte le dita
intorno. Io ho la mano grande, le dita lunghe, riesco ad avvolgerlo bene,
completamente. Una volta, mentre lo facevo, la mia mano sudava. Ora no, la mano
non suda, non è calda, ma sento lo stesso un calore gradevolissimo diffondersi
dall'interno.
Mi invade tutto. Lo sento nella testa,
nella schiena, nel cazzo, ovunque.
Velocizzo ancora, guardando ipnotizzato
la cappella apparire e scomparire dalla pelle ormai troppo corta per coprirla.
Sei proprio magnifico.
Se facessero delle mostre di bellezza per
i cazzi forse potrei partecipare.
Ancora due passate più lente, lunghe, e
ci sono.
Vengo con un grugnito rauco e bestiale.
Esplodo dall'interno, come un vulcano.
Spruzzo seme sui pantaloni, sulla mano,
sui rami. Qualche schizzo mi arriva sulla fronte, qualche altro cade giù.
Colpisce i due puma, che aprono gli occhi
e guardano su.
Penseranno che è iniziato a piovere.
Sì, piove sperma.
Rido forte, divertito e appagato,
scuotendo la testa.
Mi sento di nuovo un ragazzo.
-Scusate!- grido ai due felini che
richiudono gli occhi, ignorandomi.
Mi ripulisco alla meglio usando qualche
foglia di ippocastano.
Rinchiudo la belva ammansita nei
pantaloni, mi passo la mano sulla fronte e ridacchio.
Quindi mi sollevo scattante sulle gambe e
mi arrampico di nuovo, seguendo al contrario il percorso tra gli alberi.
Devo affinare le mie capacità di
arrampicata.
Dove sono passato ho rotto rami e
lacerato foglie.
Gli chiederò di insegnarmi a muovermi
senza lasciare tracce.


