Sono immortale.
Come Dio.
Potente, come Dio.
Forte, come Dio.
Non posso mangiare?
Non importa. Non ho fame in questo momento.
Ho solo sete. Qualcosa da bere che non mi faccia schifo la troverò.
Posso saltare e correre per ore.
Non mi stanco.
E' inebriante.
E questo profumo che sento sempre più vicino, cos'è?
Non l'ho mai sentito prima.
Di falcata in falcata vedo sempre meno alberi e sempre più case.
Il profumo diventa irresistibile. La sete pure.
C'è un torrente, lo sento già da un po'. Acqua che scroscia, sciaborda, sbatte.
E una voce che canta.
Dolce, femminile.
Che suono! E che profumo!
Potrò bere l'acqua del fiume?
E sentire meglio questo canto e questo profumo?
Mi avvicino.
Sempre più, ma restando nascosto tra gli alberi…
Chissà che aspetto ho ora.
Magari spavento la voce che canta... Deve essere una musa. O una ninfa che abita il fiume.
Mi avvicino cauto, rimanendo nascosto dietro il canneto che costeggia il fiume.
Mi sporgo sullo specchio d'acqua per scrutarmi. In questo punto c'è una larga pozza limpida dove vedo anche passare alcuni pesci.
E resto ipnotizzato.
Cazzo.
Sono bellissimo.
I capelli sono più lunghi, morbidi, hanno delle sfumature al sole che non avevano. Ramate, dorate.
Mi piaccio. Moltissimo.
Mi chino ancora, per guardarmi meglio. Anche gli occhi saranno più luminosi?
Sono un fottuto pavone che potrebbe fare una bella ruota per attirare le femmine.
E invece no.
No?
No un fottuto cazzo in culo. Io la voglio una donna.
Tipo questa bella ninfa che canta.
Zeus seduceva le ninfe, no? Beh, ci provo anche io.
Allungo la mano per toccare l'acqua, rimanendo estasiato per un attimo a guardare la mia pelle. Brilla come fosse tempestata di piccoli luminosissimi diamanti.
Figa questa cosa.
Sono mica re Mida che trasforma tutto in oro?
Infilo la mano nell'acqua e non sento niente. Non il freddo, non il bagnato.
Tocco un sasso. Resta tale.
Che delusione.
Spavento solo tutti i pesci, che fuggono terrorizzati.
Fin qui niente di insolito. Li spaventavo pure prima.
Mio padre non mi voleva mai a pescare con lui.
Diceva che facevo scappare il pranzo.
Il fatto è che non riuscivo a stare fermo.
Mi veniva prurito ovunque. E voglia di ridere.
E di starnutire. O di tossire. O di cantare.
Era un tale noia!
Adesso invece mi accorgo che potrei stare immobile per ore.
Provo.
Sfilo scarpe e calze e infilo i piedi luminescenti nell'acqua.
Annuso le calze, ma non sento nessun odore.
Strano. Prima sarei potuto svenire.
Ai mostri non puzzano i piedi. Se ne imparano sempre di nuove.
Dopo poco i pesci cominciano a nuotarmi intorno, mi sfiorano i piedi con le loro pinnette leggere.
Potrei catturarli con le mani?
Ci provo.
E mentre penso di provare a catturarne uno, noto un movimento fulmineo nell'acqua e due pesci finiscono stritolati con le budella di fuori che mi scivolano dalle dita.
Che schifo.
Sono troppo veloce e forse stringo troppo.
Dovrò affinare i miei nuovi talenti.
E tendo anche a distrarmi troppo.
-Adolescenti…- diceva mio padre, con aria compassionevole.
Dov'è finita la ninfa che cantava?
Alzo appena gli occhi e noto un cervo. Si sta abbeverando.
Beato lui.
L'odore dell'acqua non mi attrae proprio.
Istintivamente, mi muovo come prima, mentre sto ancora pensando di provare a prendere questo cervo.
E cazzo, lo catturo.
Ho una velocità impressionante.
Potrei partecipare a qualche gara della scuola. Vincerei tutti quegli stronzi che mi prendevano per il culo.
Mi chiamavate "Tarta". Il mio culo. Chiamatemici ora.
E mentre sto ancora pensando, faccio una cosa assurda, che non mi spiego.
Affondo i denti nel collo della povera bestia e succhio il suo sangue.
Succhio e sento il calore invadermi la gola e le viscere.
Dovrebbe farmi schifo, sto bevendo il sangue di un animale. Vivo. Caldo.
E non mi fa schifo per niente.
Anzi, ha quasi un buon gusto.
Come di vino, anche se annacquato.
Come di birra, magari un po' sgasata.
Continuo a succhiare. Avidamente. Non riesco a smettere.
Poi sento il rumore della cannuccia quando pesca aria nel bicchiere.
Non ce n'è più.
Ho bevuto tutto il sangue di un cervo?
Lascio andare di colpo la carcassa del povero animale, morto, svuotato.
E mi prendo la testa tra le mani.
Non è possibile.
Sono un mostro sul serio.
Aveva ragione… Come si chiamava l'uomo che mi ha salvato? Il dottor…
Devo trovarti.
Devo tornare indietro.
Devi dirmi cosa devo fare.
Non mi piace questo mio pensare ed aver già fatto.
Non sono io.
Qualcuno decide al posto mio.
Devo chiederti chi è.
Il mostro?
E io chi sono?
Sono io e il mostro contemporaneamente?
Non voglio essere un mostro.
Voglio essere un ragazzo. Come prima.
Voglio che mi puzzino i piedi.
Voglio che mi chiamino Tarta.
Voglio sentire freddo e caldo.
E voglio mangiare una bistecca.
E voglio una donna.
Riprendo a correre, tornando indietro. Con le mani chiudo le orecchie.
Non voglio sentire il canto della ninfa, se mai dovesse ricominciare a cantare.
E se svuotassi anche lei?
Dio, no. Dio, ti prego.
Voglio morire.
Ma le narici sentono l'odore.
Quel buonissimo odore. E mi distraggono. Di nuovo.
Giro su me stesso.
Poi sento l'eco dei miei passi.
-Cosa vuoi?
E' inutile che mi chiedi di fermarmi.
Levati dai piedi piuttosto!
Non ti ho chiesto di salvarmi.
Non ti ho chiesto di seguirmi.
Non ti ho chiesto aiuto, né consiglio.
Non berrò via la vita dalla ninfa. E' immortale come me.
Che ne sai che è umana?
Che ne sai che la stritolerò come quei pesci?
Un passo ancora.
Ancora uno.
Poi la vedo.
Non è una ninfa.
E' una donna.
Sta lavando i panni lungo il fiume, mentre canta.
Ma si blocca immediatamente appena mi vede.
Sembra spaventata. Anzi, terrorizzata.
Non è una ninfa.
Non è bella.
Non è giovane.
E scappa via come avesse visto un demone a tre teste.
-Ma perché se io sono bellissimo?
Mi dici di guardarmi.
E infatti sono…
Cazzo! Tutto lordo del sangue del cervo.
Spaventerei pure Mefistofele.
E l'odore buonissimo che sentivo si allontana, fugge via insieme alla voce ora urlante e a quella donna.
-L'odore che sento è… odore di sangue umano?
Quindi dovrò stare alla larga da ogni uomo, donna, amico, familiare, per tutto il resto della mia… Per timore, anzi certezza di bermeli tutti?
Non resisto. Nemmeno un minuto di più.
Sferro un pugno devastante contro il volto di questo maledetto non-uomo che mi ha salvato.
-Vaffanculo!- grido.
Lo guardo volare in aria, oltre gli alberi, e atterrare oltre venti metri da dove sono io.
Mi dispiace.
Non di averlo colpito.
Mi dispiace che il suo volto non sanguini.
Che la mia mano non sanguini.
Di non provare dolore.
Rimorso.
Nulla.
Solo un vuoto infinito. Che mi atterrisce.
Mi accascio a terra, arrotolato su me stesso.
E piango senza lacrime l'orrore di me stesso.

