giovedì 13 giugno 2013

Capitolo 3 Ebbrezza



Leggo.
Vado a caccia.
Sbadiglio.
Cristo!
Quando vivevo avrei voluto giornate lunghe quarantotto ore.  Non mi bastava mai il tempo per tutte le cose che avrei voluto fare.
Avere.
Conquistare.
Possedere.
Ora ho tutto il fottuto tempo che voglio.
E non so che farmene.

Sbadiglio. Ma ovviamente non per sonno.
Mi annoio.
Sono talmente frustrato e incazzato che mi strapperei le dita a morsi, come Schumann.
Schumann era un musicista.
Forse potrei…

-Dici che potrei?

Posso. Grazie. Almeno questo.
Mi dà sui nervi dover dipendere da Lui in tutto.
E ringraziarlo.
Lo guardo e penso che vorrei staccargli la testa.
Ma di che ti devo ringraziare?
Ho deciso che ti manderò affanculo invece, ogni volta che la mia buona educazione mi dirà nella mente che devo ringraziare.
Vaffanculo per il tuo permesso del cazzo di suonare il tuo pianoforte.
Vaffanculo per accompagnarmi e insegnarmi a cacciare.
Tanto mi viene istintivo, cosa devi insegnarmi, alla fine?
Vaffanculo per tenermi rinchiuso qua dentro, lontano dai guai.
Ma quali fottutissimi guai? Guai per gli altri.
Io guai non ne posso avere.
Niente può toccarmi. Niente può ferirmi. Niente può appassionarmi.
Sono disperato.
Un'eternità così?
In questa noia e mancanza assoluta di tutto?
Vaffanculo.

-Dici che non ti devo ringraziare? Ma infatti non lo faccio proprio, guarda. Grazie un cazzo.

-Certo che lo hai detto. Io ti ho sentito, sai?

-Come non hai parlato? Adesso ho anche le allucinazioni acustiche?

-Piantala di dire cazzate! Nessuno può leggere i pensieri di qualcun altro! Non esistono queste cose! Tu non esisti! Io non esisto!

Oddio. Forse sto solo impazzendo…
Scappo di sopra e mi chiudo in camera mia.
Chiudo gli occhi, questo almeno posso farlo. Non voglio sentire che mi parla, ma invece lo sento, anche da qui. Sento che sta continuando a parlarmi.
Smettila.
E' inutile che mi parli del tuo dispiacere. E perché dici che ti dispiace per lui?
Lui sono io!
Spalanco gli occhi di colpo, consapevole.
Sta davvero pensando. E io sento i suoi pensieri.
E' troppo da sopportare per me. Sono solo un ragazzo.
Cristo! Sono solo un adolescente! Un irresponsabile, immaturo adolescente del cazzo!
Non voglio essere un mostro dai poteri sovrannaturali.
Mi invade il desiderio, la voglia, l'irrefrenabile bisogno fisico di correre, scappare via da questa realtà.
Spalanco la finestra e guardo gli alberi intorno. L'aria fresca e le nuvole basse. La terra erbosa e distante. Vedo rocce lontane, ne scorgo la composizione dei materiali, come se tenessi un sasso nella mano.
Grido, con tutto il fiato che ho in corpo.
Un suono feroce, lungo, disperato. Disumano, come me.
Salto giù e atterro sulle gambe, le ginocchia piegate ad attutire il colpo, il busto chino in avanti, le mani sulle cosce.
Sento che Lui mi chiama.
Ma non ho la minima fottuta voglia di rispondergli.
Si è fabbricato un compagno, un figlio, un amico, non so cosa voleva che io fossi. Ma io non sono niente di tutto ciò. Io ero un ragazzo, felice. Amici, famiglia, compagni. Stavo bene.
Ora sono un mostro, niente amici, niente famiglia, niente compagni. Solo questo poveraccio come me. Sono certo di non essere contento.
Mi arrampico velocissimo sull'abete di fronte. Fino in cima.
Resto abbarbicato sulla punta, come un puntale natalizio del cazzo. Rido.
Avevo paura dell'altezza, di cadere. La fottuta paura ora non so più che cazzo sia.
Fico.
Fico un cazzo. Alzo il dito medio all'indirizzo della casa dove vivo, dove c'è Lui.
Tiè!

Il vento fa ondeggiare l'abete e mi culla. Mi piace. Mi rasserena. Come la mamma quando ero malato e veniva ad accarezzarmi i capelli.
Fingevo di dormire. Non volevo mostrare quanto piacere mi facessero quelle carezze.
Me ne facevano tanto, mamma.
Mi vengono le lacrime agli occhi e istintivamente mi tocco le palpebre con le dita.
Secco. Asciutto.
I fottuti mostri non si commuovono. Mai.
Grido di nuovo, più forte di prima.
Devo solo placare questa rabbia, questa frustrazione.
Quando mi capitava prima, mi facevo una bella sega, guardando i giornaletti porno che fregavo a mio cugino scemo.
Ero tutto rilassato dopo, e il sorriso mi si dipingeva sulla faccia.
Chissà se i mostri possono farsi le seghe? Dovrei chiederlo a Lui.
Piuttosto crepo. Sono incazzato con lui.
Non gli chiedo un fottuto cazzo.
E soprattutto non glielo chiedo gentilmente.

Salto sull'albero di fianco e mi aggrappo, lasciandomi scivolare dolcemente fino a metà.
Un movimento tra i cespugli, un bel po' più a nord di dove sono io, mi attrae.
Mi avvicino muovendomi tra i rami, spostandomi da un albero all'altro, cercando di essere cauto ma rapido.
Poi li vedo.
Sono bellissimi.
Il manto vellutato e nero, liscio, serico.
Uno, più piccolo, sbadiglia. L'altro, imponente e maestoso, sembra dormire, ma muove la coda.
Sono due puma.
Quello più piccolo si stiracchia, allunga le belle zampe e dà una graffiata a quello grosso, sul muso.
L'altro resta immobile.
Non è un colpo ostile, sembra più voglia di giocare, di stuzzicare.
Un'altra zampata.
Quello grosso gli sbatte la coda sulla schiena.
Il piccolo striscia fino a finirgli vicinissimo, muso contro muso.
Lo lecca.
Capisco di colpo.
Cazzo! E' una femmina! Lo sta eccitando!
Resto estasiato, divertito, curioso, a guardare la danza d'amore dei due felini.
Lei continua a leccargli il muso, a mordicchiargli il naso, a tirargli i baffi. Lui resta quasi immobile, se non per un basso ringhio che gli sale dalla gola e che sento distintamente dall'albero sopra di loro su cui mi trovo.
I pantaloni mi vanno più stretti di stamattina, e mi accorgo, un po' sconvolto, che la vista di questo puma femmina che stuzzica il maschio mi sta eccitando meglio dei giornaletti porno di mio cugino.
Sarà perché sono diventato un mostro?
Chissenefrega.
Ad un certo punto il maschio non ce la fa più, ringhia forte e salta sulle zampe, posizionandosi veloce e possessivo sulla schiena della femmina, e iniziando a penetrarla furiosamente.
Dura pochissimo. Poi le si distende sopra, rilassato. Sbadiglia, muove la coda a destra e a sinistra due o tre volte, poi si addormenta.

Sono eccitato come un mandrillo assatanato.
Tra le gambe ho una bestia che potrebbe fare invidia a quella del puma, nonostante abbia intravisto che non è affatto un grissino.
Libero i bottoni dei miei pantaloni dalle asole, uno ad uno.
Finché lo libero. Svetta roseo e speranzoso dalla stoffa.
Ciao amico.
Anche tu mi sembri cambiato dall'ultima volta.
Quando pisci sei sempre lo stesso, ma quando sei allegro, sei diverso.
Cresciuto. Più spesso, più teso, più lungo.
I mostri c'hanno il cazzo più grosso degli uomini.
Un altro punto a favore.
Ci sono momenti in cui un mostro può essere orgoglioso di esserlo. Questo è uno di quei momenti.
E se trovassi qualcuna a cui appoggiarlo dentro senza bermela… la soddisfazione sarebbe quadruplicata.

Sei proprio bello.
Papà è orgoglioso di te, cazzone.

Inizio ad accarezzarmelo, dapprima gentile. Lo stringo piano nella mano destra, passando il pollice sulla punta gonfia e lucida.
Con la sinistra accarezzo le palle, anch'esse più grandi, più tese. Belle rotonde.
Proprio due belle palle. Sono orgoglioso anche di voi.
Mi accorgo che il piacere che provo è perfino superiore a quello che provavo prima. Sono più eccitato, più sensibile, più carico.
Stringo di più, uccello e noci.
Il piacere è più forte.
Velocizzo il movimento e roteo gli occhi.
Le forze mi stanno abbandonando e mi viene da ridere. Se scivolo dall'albero casco col cazzo in mano sopra i due puma.
E' un'immagine ridicola.
Continuo a stringere tutte le dita intorno. Io ho la mano grande, le dita lunghe, riesco ad avvolgerlo bene, completamente. Una volta, mentre lo facevo, la mia mano sudava. Ora no, la mano non suda, non è calda, ma sento lo stesso un calore gradevolissimo diffondersi dall'interno.
Mi invade tutto. Lo sento nella testa, nella schiena, nel cazzo, ovunque.
Velocizzo ancora, guardando ipnotizzato la cappella apparire e scomparire dalla pelle ormai troppo corta per coprirla.
Sei proprio magnifico.
Se facessero delle mostre di bellezza per i cazzi forse potrei partecipare.
Ancora due passate più lente, lunghe, e ci sono.
Vengo con un grugnito rauco e bestiale.
Esplodo dall'interno, come un vulcano.
Spruzzo seme sui pantaloni, sulla mano, sui rami. Qualche schizzo mi arriva sulla fronte, qualche altro cade giù.
Colpisce i due puma, che aprono gli occhi e guardano su.
Penseranno che è iniziato a piovere.
Sì, piove sperma.
Rido forte, divertito e appagato, scuotendo la testa.
Mi sento di nuovo un ragazzo.

-Scusate!- grido ai due felini che richiudono gli occhi, ignorandomi.
Mi ripulisco alla meglio usando qualche foglia di ippocastano.
Rinchiudo la belva ammansita nei pantaloni, mi passo la mano sulla fronte e ridacchio.
Quindi mi sollevo scattante sulle gambe e mi arrampico di nuovo, seguendo al contrario il percorso tra gli alberi.
Devo affinare le mie capacità di arrampicata.
Dove sono passato ho rotto rami e lacerato foglie.

Gli chiederò di insegnarmi a muovermi senza lasciare tracce.